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Sogno una laurea italiana per aiutare il mio paese

September 16, 2007 - La Repubblica - Metropoli

Stanno per varcare la linea del traguardo gli studenti extracomunitari non residenti che hanno presentato domanda di preiscrizione a un ateneo italiano. Il 4 giugno era il termine ultimo per fornire i documenti necessari alle ambasciate e ai consolati dei paesi d’origine e ai primi di agosto molti hanno tirato un sospiro di sollievo dopo aver letto il proprio nome nell’elenco degli ammessi. Con l’obbligatorio test di italiano, tenutosi lo scorso 3 settembre, le aspiranti matricole sono giunte praticamente alla semifinale (ci saranno poi le prove di ammissione per chi ha scelto corsi a numero chiuso) di una corsa a ostacoli iniziata in primavera, quando il ministero dell’Università e della ricerca ha reso noto il numero iniziale di posti, divisi per facoltà, che ogni università avrebbe concesso ad aspiranti studenti non appartenenti all’Ue. Erano oltre 35mila, poi il governo li ha estesi fino a 52mila con una cifra nettamente superiore alle immatricolazioni di extracomuniatri che negli ultimi anni hanno oscillato fra le seimila e le ottomila. “Con solo il 3,2% di matricole straniere nell’anno accademico 2006/2007, l’Italia resta fanalino di coda tra i paesi industrializzati — dice Gianpiero Forcesi dell’Ufficio centrale studenti esteri — ; in Francia e Germania si arriva al 10%”. Se le università italiane, dunque, non sono tra le preferite, una delle cause è anche la burocrazia. In tanti raccontano come una fotocopia non perfetta basti a bloccare la domanda. E poi la necessità di avere un alloggio idoneo, un’assicurazione e oltre 4mila euro all’anno (una vera fortuna per alcuni paesi). Insomma, poche informazioni, tempi strettissimi e requisiti di ogni sorta. Nel giorno del test di italiano, “Metropoli” è andato all’università di Roma “la Sapienza” per conoscere queste tenaci matricole venute da lontano e scoprire perché hanno scelto l’Italia per realizzare i loro sogni.

Architettura e Roma Un sogno nato in Cina Zhang Xue Yong, ha 21 anni ed è arrivata dalla Cina sognando di iscriversi alla facoltà di Architettura con indirizzo Disegno Industriale. Anche lei, come tutti gli studenti stranieri, deve affrontare il test di italiano prima di poter accedere alla facoltà che ha scelto. “Ho sempre sognato di vedere Roma — dice un po’ in italiano e molto in inglese — e magari di viverci. La trovo molto romantica e un simbolo dell’arte, anche per questo l’ho scelta per continuare i miei studi. Devo dire che oggi sono molto agitata perché nonostante abbia fatto un corso di sei mesi in Cina per imparare la lingua, mi accorgo che ancora non riesco a capire e a parlare bene. Mi sembra che tutti parlino troppo in fretta. E’ perché l’italiano è molto lontano e diverso dalla lingua cinese. Ho molta paura di non superare questo test di italiano: se dovesse andar male perderò l’ occasione di continuare i miei studi qui e dovrei ritornare in Cina”. Una laurea in ingegneria da riportare in Congo Gireul ha 22 anni ed è del Congo. In Italia è arrivato da due mesi, ma in vista di questo test aveva studiato l’italiano per otto mesi nel suo paese. Là ha vinto una borsa di studio che gli ha permesso di partire e continuare i suoi studi universitari. “Ho scelto Italia per i miei studi — dice Gireul sorridente in un italiano misto a francese — perché mi è entrata in simpatia seguendo il calcio italiano. E’ per questo che già in Congo ho seguito un corso di lingua italiana, per riuscire a inserimi meglio. La lingua è sicuramente il primo ostacolo che bisogna affrontare visto che, tra l’altro, ho scelto una facoltà non semplice come quella di Ingegneria delle telecomunicazioni. Il mio obbiettivo — spiega Gireul — è riuscire a laurearmi in tempo e tornare in patria per poter contribuire, con i miei studi e la mia esperienza, alla crescita del mio paese che ancora oggi è molto in difficoltà”. Un corso di laurea breve perché la famiglia aspetta Mba Rodrigue ha 25 anni, è arrivato dal Camerun per studiare Scienze infermieristiche, ottenere la laurea breve e tornare a casa appena conclusi gli studiare. Per ottenere il visto, ha dovuto scriversi a un concorso e superare una prova di italiano nel suo paese. L’Italia l’ha scelta perché in Camerun ha conosciuto dei medici italiani volontari in una missione e la loro simpatia e professionalità gli ha dato coraggio di accettare la sfida: “Non ho potuto fare medicina — spiega Mba — perché oltre alla maggiore difficoltà, gli studi sono lunghi, io comincio ad essere vecchio e la mia famiglia ha bisogno di me: devo tornare in Camerun prima possibile”. Diab, arabo d’Israele che vuol fare il dentista Diab Dirawe è arabo-israeliano e l’italiano l’ha imparato in un corso seguito all’università per stranieri di Perugia. In attesa delle prove di ammissione a Odontoiatria, ha visitato le principali città italiane: “I posti più belli del mondo — dice entusiasta — : Venezia, Verona, Firenze, Pisa, Napoli, Milano, Torino. Mentre vivrò qui spero di andare in Sicilia e in altri paesi europei”. In attesa di trovare una sistemazione migliore, per ora dorme in albergo. In Italia non resterà: finiti gli studi, tornerà in patria o si trasferirà in un altro paese europeo. L’obiettivo: fare il medico per aiutare il proprio paese Priscila e Josefa hanno entrambe vent’anni e sono venute dall’Angola per studiare medicina. Priscila vorrebbe specializzarsi in ginecologia, per dedicarsi alle donne del suo Paese; Josefa invece sogna di diventare chirurgo e aiutare quante più persone possibili. Sono arrivate da poco, ma parlano l’italiano meglio di tanti stranieri che vivono qui da anni: “Abbiamo fatto un corso in Angola — raccontano — ed è stato molto divertente: la lingua ci piace”. L’esito del test per loro è positivo e ora dovranno affrontare la prova di ammissione al corso scelto. Ana, da Belgrado a Roma per diventare architetto Un’altra che ha superato il test d’ammissione è Ana Djordjevic che viene dalla Serbia, ha 19 anni, parla diverse lingue e vuole diventare architetto. Era venuta per fare un corso di italiano di venti giorni, è rimasta in Italia due mesi: “Questo basta a far capire — dice — quanto mi siano piaciuti Roma e questo paese”. Ana è cresciuta in una famiglia di architetti: “Per me — spiega — sarebbe stato più facile restare a Belgrado, dove i miei genitori conoscono i professori, ma preferisco Roma e accetto la sfida di un mondo nuovo pieno di informazioni e stimoli. I miei familiari mi sono stati vicini nella scelta e sono orgogliosi del mio coraggio. L’Italiano? Capisco tutto, ma quando devo parlarlo lo mischio un po’ con lo spagnolo. Ora mi impegnerò di più”.


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